IL GRANDE SPETTACOLO DELLE HOUSEBOAT

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE IN SCENA A PRAGA

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“Adesso devo proprio andare” è la frase che il leggiadro Tomas- Daniel Day Lewis ripete più spesso alle sue tante amanti, fino a quando Tereza-Juliette Binoche intercetta la sua vita con tutta la sostenibile (o insostenibile?) forza prorompente dell’amore

L'insostenibile leggerezza dell'essere è un film sul conflitto tra libertà e amore. Tratto dal romanzo di Milan Kundera e diretto da Philip Kaufman, racconta la storia di un medico libertino, Tomas, che durante la Primavera di Praga del 1968 passa di letto in letto con la disinvoltura di quei personaggi letterari che sanno dire "Togliti i vestiti" a una sconosciuta senza rimediare uno schiaffone. Il suo frasario da dongiovanni include classici intramontabili ("Adesso devo proprio andare") e piccole perle ("Dormire nello stesso letto con un'altra persona mi provoca l'insonnia"). Tra le sue varie amanti ce n'è una che - come ci avverte una didascalia iniziale - lo comprende meglio di tutti. Si chiama Sabina ed è un'attraente pittrice praghese. Le cose iniziano a cambiare quando Tomas, inviato in una cittadina termale per un'operazione, incontra la giovane cameriera Tereza,  CLICCATE MORE + in alto a destra per continuare a leggere...)

(Tereza) che con il suo fascino naif e la sua timida intraprendenza, suscita in lui un'attrazione che non ha niente a che vedere con la leggerezza delle sue mille avventure. L'affetto che prova per Tereza è quanto di più pesante. Tomas avverte la responsabilità e il bisogno di prendersi cura di Tereza e di proteggerla. Per lei Tomas viola in rapida successione tutte le sue regole di seduttore impenitente e Tereza si stabilisce quasi subito a casa sua. Ma questo non significa che Tomas abbia deciso di cambiare radicalmente il proprio stile di vita. a concedersi avventure sessuali di puro intrattenimento e soprattutto continua a vedere Sabina (anche se adesso, mentre fa l'amore con lei, ogni tanto dà un'occhiata all'orologio). La pittrice-amante incarna la leggera indipendenza alla quale Tomas non riesce a rinunciare. Ha bisogno di Tereza e di Sabina e, come un bambino di fronte a due giocattoli, si rifiuta di scegliere.Tereza nel frattempo sviluppa una passione per la fotografia, un talento artistico che la avvicina a Sabina, dando vita in questo modo a un triangolo di rapporti personali che va oltre i ruoli stereotipati di marito, moglie e amante.

Irrompe la storia, i carri armati sovietici invadono Praga troncando sul nascere le libertà civili e politiche che i cecoslovacchi avevano appena iniziato ad assaporare. Qualche fotografia di troppo mette nei guai Tereza che viene fermata dalla polizia di regime. In sede di interrogatorio un funzionario russo le rivolge queste parole: "Ma non capisce che noi vi amiamo?". L'amore come privazione della libertà, tema centrale della storia, si trasferisce nella sfera pubblica. In questa fase del film vediamo molti filmati originali dell'epoca, nei quali vengono inserite con efficacia inquadrature dei personaggi (il direttore della fotografia è il leggendario Sven Nykvist, storico collaboratore di Ingmar Bergman e in seguito di Woody Allen).

Più tardi ritroviamo i nostri tre protagonisti a Ginevra, dove è sorta una piccola comunità di intellettuali cechi espatriati e dove Sabina avvia una relazione clandestina con Franz, un professore svizzero. Tereza cerca di imporsi come fotografa di nudi femminili, le uniche foto ad avere un mercato in occidente, e a tal fine chiede a Sabina di posare per lei. La scena della sessione fotografica, con la sua coreografia accurata e il suo alternarsi d’intensità e leggerezza, è forse la più celebre del film. E' una delle tante scene a sfondo erotico di una pellicola che non indulge mai in eccessi voyeuristici. Non appena la rappresentazione degli incontri sessuali fra i protagonisti cessa di essere utile alla descrizione dei loro caratteri, lo spettatore inizia a vedersi (letteralmente) chiudere in faccia le porte degli alberghi dove si consumano i loro rapporti.

Nel frattempo le infedeltà di Tomas, che a Ginevra continua a vedere Sabina, diventano per Tereza sempre più dolorose. Il timore di essere abbandonata per un'altra in una terra straniera è troppo grande e la ragazza sceglie di tornare a Praga, lasciando una breve lettera. E' il momento della verità per Tomas, che deve decidere se restare nel mondo libero e godersi appieno la ritrovata indipendenza o raggiungere Tereza nella Cecoslovacchia occupata dai russi. In altre parole, deve scegliere se rinunciare alla propria libertà per amore. Vediamo un breve montaggio di scene senza dialogo nelle quali flirta con alcune passanti, ma quel tipo di leggerezza, adesso, gli appare insostenibile. Nella scena successiva Tomas riconsegna il passaporto ai militari della frontiera cecoslovacca. La libertà ha perso, l'amore per Tereza ha vinto.

E' impossibile non confrontare il comportamento di Tomas con quello di Sabina. Quando il professore Franz lascia la moglie e si presenta da lei proponendole di convivere, Sabina fa rapidamente perdere le tracce di sé e la ritroveremo molto più tardi, solitaria, in California. Contrariamente a quanto avevamo creduto di intuire all'inizio della storia, è Sabina (e non Tomas) l'unico personaggio in grado di sostenere la leggerezza dell'essere.

Ciò che segue nella storia fra Tomas e Tereza ha a che fare con le conseguenze delle proprie scelte. Praga non è più la Praga effervescente dove era iniziato il loro amore. E' una città cupa e impaurita. Tomas deve rinunciare al proprio lavoro, Teresa continua a essere molestata dalla polizia. Praga è cambiata in peggio, e il loro amore sembra andare nella stessa direzione. Si vedono sempre meno e ritornano le piccole infedeltà di Tomas. La leggerezza dell'essere riaffiora nella sua mente.

Tereza comprende l'errore commesso nel lasciare il mondo libero, attirando Tomas in quella prigione a cielo aperto. Il suo amore, in un certo senso, ha tolto a Tomas la propria libertà. Medita addirittura di gettarsi nella Moldava, il fiume che attraversa Praga. Una panchina trascinata dalle acque le ricorda il giorno del primo incontro con Tomas. Proprio in quel momento Tomas la vede, passando dal Ponte Carlo, e la soccorre. Abbracciati sulla sponda del fiume, stretti tra una Praga opprimente e l'impossibilità di espatriare di nuovo (i loro passaporti sono stati sequestrati), decidono di rifugiarsi in campagna, dove la morsa di ogni regime è forzatamente più blanda. Ciò che avviene nel finale non dipende più dalle loro scelte, ma da quelle del destino.

L'insostenibile leggerezza dell'essere è un film che resta negli occhi per giorni dopo la visione. La sceneggiatura di Philip Kaufman e Jean Claude Carrière (lo sceneggiatore di Bunuel) mantiene lo spirito e le atmosfere del romanzo e riesce a incorporare nel racconto alcune riflessioni chiave che nel libro sono affidate alle elaborate divagazioni dell'io narrante. Ma ciò che rende memorabile questa trasposizione è soprattutto il casting impeccabile. Daniel Day-Lewis trasmette i conflitti interiori e le qualità nascoste di Tomas che ci impediscono di trovare odioso il suo personaggio. Lena Olin incarna perfettamente la sensualità, l'indipendenza e la vitalità artistica di Sabina. Juliette Binoche, al primo ruolo importante della sua carriera, è semplicemente l'anima del film. La sua Tereza è goffa, ingenua ed inesperta delle cose della vita, ma sprigiona una forza misteriosa che cattura lo spettatore e lo costringe ad accudirla.

Lasciando Ginevra, Tereza scrive nella sua lettera: "Vorrei essere forte come Tomas, invece sono debole e torno nella nazione dei deboli". Ma ogni volta che osserviamo Tomas e Tereza insieme non abbiamo alcun dubbio su chi sia il debole fra i due.

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** Claudio D. – autore delle recensioni per LOFT studioviaggi - lavora come script-doctor e sceneggiatore per artisti indipendenti. Vincitore del Riff Award 2011 con la sua sceneggiatura originale “Accendi la radio”, ha ideato e cura i corsi di sceneggiatura online per cineuropa.org, portale dedicato al cinema europeo.  Per informazioni e iscrizioni ai corsi cliccate qui.

 



AH, L'AMOUR! IL ROMANTICISMO FRANCESE E' "AU FIL DE L'EAU"

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L'ATALANTE DI JEAN VIGO e IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE

Dice un proverbio francese che per sapere chi amate davvero dovete tuffarvi in acqua con gli occhi spalancati. Perché? Guardate L’ATALANTE di Jean Vigo, il primo film d’amore a fil d’eau, per capirlo …

Se siete (o siete stati) dei nottambuli è possibile conosciate a memoria la scena più famosa de L'Atalante – una sposa che sorride sott'acqua al proprio uomo - anche senza aver mai visto il film. La si è vista per anni nella sigla del programma FuoriOrario di Enrico Ghezzi, sulle note di Because The Night di Patti Smith. Sarebbe però un errore pensare che si tratti di un'opera per pochi eletti, un complicato esercizio di stile buono solo per chi ha voglia di studiare cinema dopo mezzanotte. Delicato e lieve al punto da sopportare a stento l'etichetta di classico d'autore, l'Atalante è una storia di una semplicità rara. Si racconta l'impervio inizio di un - ma forse dovremmo dire di ogni? - matrimonio: (CLICCATE MORE + in alto a destra per continuare a leggere...)

le piccole idiosincrasie che minano la convivenza, le incomprensioni quotidiane che annacquano la perfezione delle promesse d'amore, il primo vero litigio e l'inquietudine orribile che subentra subito dopo. Jean (Jean Daste) è il capitano dell'Atalante, una chiatta; Juliette (Dita Parlo), la sua giovane sposa, è una ragazza che non ha mai lasciato il proprio villaggio e che adesso si appresta entusiasta a salpare insieme al marito e al suo fido compare Jules (Michel Simon), un uomo di mare pittoresco e intrattabile. Il problema maggiore, a ben vedere, è che Juliette sembra considerare questa crociera un viaggio di nozze, mentre Jean la intende come un viaggio di lavoro. Nella prima parte della navigazione la gioia dei due sposi ha la meglio su tutto; sul disordine di Jean, sul caratteraccio di Jules, sui troppi gatti a bordo, sull'umore capriccioso di Juliette. Ma via via che la chiatta si avvicina a Parigi, questa divergenza di punti di vista si acuisce a dismisura, fino a spingere la curiosa Juliette ad allontanarsi di nascosto dall'imbarcazione, una sera, per assaporare la vibrante vita della capitale. Jean se ne accorge quasi subito e, ferito nell'orgoglio, ordina all'amico Jules di rimettersi subito in viaggio, abbandonando Juliette a se stessa e giurando di non volerla rivedere mai più. La loro giovane unione sembra già naufragata. In realtà Jean è confuso e paralizzato dall'angoscia; è inesperto di qualsiasi cosa non riguardi la sua chiatta, non sa come comportarsi e probabilmente non crede di poter essere perdonato dopo un gesto così crudele. Juliette intanto è sola a Parigi, dove l'entusiasmo fanciullesco di fronte alle vetrine scintillanti e agli spettacoli di strada lascia il posto al lato oscuro della metropoli (viene derubata e minacciata). Ed è qui che l'Atalante smette di essere il ritratto gentile di una coppia di ragazzi dolci e ingenui e si apre a delle svolte originali e stilisticamente ardite che culmina nella scena più celebre del film cui si accennava all’inizio.

E’ una delle scene subacquee più note di sempre: Jean si getta nel fiume per capire se è ancora innamorato. Juliette lo aveva rimproverato d’immergersi ad occhi chiusi; solo tenendoli aperti possiamo vedere nell'acqua il volto della persona che amiamo. Jean si getta, nuota a occhi spalancati e finalmente la vede nell'acqua. E' ancora innamorato di Juliette, adesso lo sa e deve ritrovarla. E' una scena ipnotica e sognante. Anche il finale offre altre sequenze memorabili, come quella dei due amanti separati che rigirandosi inquieti nei propri letti sembrano cercarsi l'uno l'altra o il citatissimo finale, con l'abbraccio tra i due innamorati, che cede il posto all'inquadratura aerea della chiatta e poi del fiume che brilla sotto il sole. Ed è altrettanto deliziosa la coincidenza che permette al burbero Jules di ritrovare Juliette sul canal St Martin. Eh già, perché non è Jean a recuperare la moglie e a riportarla sull'Atalante, ma il suo aiutante. L'inattività del protagonista nella risoluzione è una delle piccole bizzarrie drammaturgiche di questo film. Forse un'imperfezione. Ma non è importante, perché l'Atalante trova la sua forza altrove, nella suggestione incantevole delle sue scene più ispirate. Per dirla con Pauline Kael, "è un film più gratificante nella memoria che durante la visione". L'Atalante è una delle storie d'amore più tenere degli anni '30 ed è anche l'ultimo film di Jean Vigo, autore simbolo del realismo poetico, ucciso dalla tubercolosi a soli 29 anni, pochi mesi dopo la fine delle riprese.   E' anche la prima di tante pellicole celebri ambientate lungo i canali francesi. Nel 1938 Marcel Carné ambienterà lungo il canal St Martin il suo melodramma Hotel du Nord (e sappiate che l'Hotel du Nord è ancora oggi lì sul canale, se passate da quelle parti!). Ed è sull'acqua di quello stesso canale che Amélie Poulain ama far rimbalzare i sassi nel film campione d’incassi di Jean-Pierre Jeunet "Il favoloso mondo di Amélie", un'opera che appena uscita nelle sale, nel 2001, è divenuta un classico istantaneo, un simbolo della dolce Francia au fil d’eau.

Il lancio dei sassi tra le chiuse del canale è proprio uno dei piccoli piaceri che definiscono la personalità di Amélie al pari dell'affondare le dita in un sacco di legumi e dello spezzare la crosta della crème brulée con un cucchiaino. La missione del personaggio di Audrey Tautou è d’avvicinare i cuori, appianare i contrasti, colmare i vuoti nelle esistenze delle persone che le sono vicine. E forse non è un caso che la fantasiosa Amélie sia così legata al canal St Martin. Sui canali, come nella vita, dobbiamo ricorrere all'ingegno ogni volta che ci troviamo di fronte a un dislivello.

Claudio Dedola **

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** Claudio D. – autore delle recensioni per LOFT studioviaggi - lavora come script-doctor e sceneggiatore per artisti indipendenti. Vincitore del Riff Award 2011 con la sua sceneggiatura originale “Accendi la radio”, ha ideato e cura i corsi di sceneggiatura online per cineuropa.org, portale dedicato al cinema europeo.  Per informazioni e iscrizioni ai corsi cliccate qui.

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IL KILLER COLIN FARRELL "IN VACANZA" A BRUGES

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IL PURGATORIO E' COME IL TOTTENHAM, o meglio "Se finisci in purgatorio significa che non hai fatto del tutto schifo ma non sei stato neanche granché… come il Tottenham" ...

Ciò che è il paradiso per alcuni è l'inferno per altri. L'osservazione che persone differenti amano cose differenti è talmente ovvia da suonare indiscutibile, eppure quando ci innamoriamo tendiamo spesso a dimenticarcene. E allora a ogni Natale continuiamo a regalare ai nostri amici quel cofanetto di Ingmar Bergman convinti che ci ringrazieranno in eterno (mentre forse stiamo solo avviando il festival della narcolessia) e a ogni cambio di fidanzata siamo certi che i nostri amici troveranno la nuova ragazza invariabilmente adorabile. Quando torniamo da un viaggio che ci ha entusiasmati, poi, vorremmo quasi prendere di peso tutti i nostri conoscenti e obbligarli a fare la nostra stessa crociera, rispettando le stesse tappe e possibilmente attraccando esattamente dove l’abbiamo fatto noi (che viaggiamo solo in houseboat, ca va sans dire!). E' questa logica infantile che induce il malavitoso londinese Harry a spedire i suoi sicari irlandesi Ken (Brendan Gleeson) e Ray (Colin Farrell) a nascondersi a Bruges, la perla delle Fiandre, di cui s’innamorò in un vecchio viaggio coi propri genitori: ciottoli, torri, merletti, ponticelli, canali e cigni a volontà. Un posto da fiaba se ce n'è uno. Ray ha combinato un bruttissimo guaio a Londra... (CLICCATE MORE + in alto a destra per continuare a leggere)

... (ha ucciso per sbaglio un ragazzino) e lui e Ken, un pacioso killer professionista cinquantenne, hanno dovuto lasciare immediatamente l'Inghilterra e sono costretti a temporeggiare in attesa che si calmino le acque. A Bruges nessuno li cercherà e se riusciranno a tenere un basso profilo potranno attendere con calma le prossime istruzioni di Harry. Nel frattempo, è questo il pensiero gentile del capo, possono godersi le meraviglie della città medievale meglio conservata del Belgio. Ma se Ken è subito entusiasta dell'idea e passa volentieri da un museo nazionale a una chiesa gotica e da un giro in barca sui canali alla visita accurata del centro storico, Ray proprio non sopporta l'idea di ritrovarsi bloccato per settimane lì. Per lui nessun posto in Europa vale la sua Dublino e non ha alcuna intenzione di perdere tempo a fare il turista. Quando Ken lo invita a salire in cima alla torre civica per godersi il panorama, Ray non coglie il senso della proposta: "Dovrei salire fin lassù per guardare di sotto? Ma se sono già di sotto…".

Il suo sguardo si accende soltanto alla sosta in un pub e alla vista di una troupe cinematografica che gira un film in centro: "Stanno filmando un nano!". Per il resto Ray si esibisce in una serie quasi infinita di commenti idioti, volgari, spesso indisponenti, tanto da rischiare di indurre lo spettatore alla più inutile delle reazioni possibili verso un personaggio sullo schermo: il senso di superiorità. La sceneggiatura riesce ad evitare questo pericolo dando a Ray due qualità essenziali: in primo luogo Ray è divertente, ma soprattutto dimostra di avere una coscienza. E' un uomo consapevole di aver provocato – seppure involontariamente – una tragedia alla quale non può porre rimedio e il cui rimorso lo perseguiterà per sempre. Forse è la paura che tutti abbiamo di poter compiere un tragico errore a spingerci a tifare per lui. Ed è questo che innalza In Bruges, una commedia scorretta con qualche eco tarantiniana (la violenza fragorosa e cartoonesca, i personaggi paranoici, certi dialoghi estemporanei e sempre sul filo dell'assurdo), a un livello superiore, rendendo la pellicola a tratti toccante.

E così, in attesa di conoscere il destino dei due sicari, seguiamo Ray mentre cerca di distrarsi dal proprio senso di colpa e mentre corteggia una ragazza del posto, l'angelica e diabolica Chloe (Clemence Poésy). O mentre disquisisce d'arte e religione con Ken di fronte a un quadro fiammingo: "Se finisci in purgatorio significa che non hai fatto del tutto schifo ma non sei stato neanche granché… come il Tottenham". (mediocre squadra londinese, ndr).

Finché la ricreazione finisce e arrivano le attese nuove istruzioni da Londra. E allora la storia prende una svolta imprevista e la gita a Bruges di Ken e Ray assume un significato tanto crudele quanto beffardo. Un susseguirsi di incidenti e imprevisti condurrà all'inevitabile resa dei conti tra i canali e le stradine di Bruges fra Ray e Harry (che fino a due terzi del film abbiamo sentito esclusivamente al telefono e che adesso scopriamo essere interpretato da un noto attore in un ruolo per lui molto insolito) e nel finale, osservando l'insano attaccamento di Harry al proprio strampalato codice etico, capiamo che i suoi gusti vacanzieri sono soltanto una delle tante cose che quell'uomo si rifiuta di mettere in discussione.

In Bruges segna il debutto alla regia cinematografica del commediografo inglese Martin McDonagh ed è un film originale e sopra le righe che affronta in modo leggero/provocatorio anche argomenti delicati ( anche il linguaggio non è proprio da educande e nelle sale la pellicola è stata vietato ai minori di 14 anni). Ma è soprattutto un film esilarante che sa porre con lucidità delle singolari questioni morali e che brilla nei suoi dettagli, in particolare curando al meglio la caratterizzazione dei personaggi minori. Dal nano americano Jimmy (Jordan Prentice) al ricettatore di armi Yuri (Eric Godon), sono molte le figure che vi resteranno impresse nella memoria. La mia preferita è la locandiera Marie (Thekla Reuten), determinata a impedire che i bizzarri ospiti trasformino il suo delizioso hotel in un saloon. E la breve nota che aggiunge alla trascrizione di un folle messaggio telefonico di Harry da recapitare a Ken e Ray è un piccolo gioiello di scrittura e, appunto, di caratterizzazione.

Quanto allo sfondo della storia, anche Bruges emerge nei dettagli: negli scorci, nei colori, nei lampioni e nelle gargolle di una chiesa. Riesce ad affascinare senza essere sovraesposta. E accetta anche di essere presa un po' in giro (particolare non scontato in un film co-finanziato dalla film commission locale).

Io sono di parte, adoro Bruges e considero le Fiandre uno dei segreti meglio custoditi d'Europa. Mi verrebbe da spronarvi a partire domattina, ma adesso che ho visto questo film non voglio cadere nel solito errore. Quindi non insisterò troppo. Decidete da soli se Bruges è un paradiso o un inferno. O una via di mezzo, come il Tottenham. Claudio Dedola **

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CAPE FEAR, IL PROMONTORIO DELLA PAURA

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"IMPARERAI CHE VUOL DIRE PERDERE" DISSE MAX CADY A SAM BOWDEN IN CAPE FEAR, IL PROMONTORIO DELLA PAURA DI MARTIN SCORSESE. IL DUELLO FINALE TRA I DUE SI SVOLGE SU UNA HOUSEBOAT...

Non so voi, ma se io avessi uno psicopatico alle costole e volessi mettermi in salvo, l'ultimo posto dove andrei a rifugiarmi è una località chiamata "Promontorio della paura". Eppure questa è la meta scelta della famiglia Bowden nel finale di Cape Fear di Martin Scorsese (1991).  Il motivo della bizzarra decisione è suggerito dalla figlia Danielle nella primissima scena del film -  "I miei ricordi. Svolgimento: ho sempre pensato che per un fiume così bello il nome Promontorio della Paura fosse mistificatorio; l'unica cosa di cui aver paura in quelle magiche notti d'estate era che la magia finisse e la realtà mi piombasse di nuovo addosso". Nell'ultima sequenza della pellicola, tuttavia, la stessa houseboat e lo stesso fiume di quei ricordi d'infanzia diverranno il teatro di una notte di puro terrore.

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Cape Fear è la storia dello scontro fra l'avvocato Sam Bowden (Nick Nolte) e l'ex galeotto Max Cady, che, appena uscito dal penitenziario, decide d’iniziare a molestarlo senza tregua ritenendolo colpevole della sua condonna. Il problema nel problema, per Sam, è che lo stalker Max Cady è tanto inquietante quanto abile a mantenersi sempre a un passo dall'illegalità, varcando quella linea soltanto quando è sicuro di non lasciar traccia.  Cady è una minaccia reale e incombente per la famiglia Bowden, composta oltre a Sam dalla moglie Leigh (Jessica Lange) e dalla figlia Danielle, ma in mancanza di una vera e propria aggressione è impossibile per loro ottenere la tutela della legge. I tre sono dunque prigionieri impotenti della loro paura. L'idea di fondo della storia è sintetizzata nel film dalle parole dell'investigatore privato Kersek, ingaggiato da Sam per tenere d'occhio Cady:  "Vedi, Sam, il sistema è strutturato per risolvere problemi generalizzati, come le effrazioni, le rapine… ma se un pazzo comincia a perseguitarti per qualche suo oscuro motivo, il sistema diventa lento e abulico; addirittura patetico". Questa premessa hitchcockiana era alla base anche dell'originale Promontorio della Paura, diretto nel 1962 da J.Lee Thompson e interpretato da Gregory Peck (Bowden) e Robert Mitchum (Cady) e agli spettatori più attenti non sfuggirà che molti riflessi à la Hitchcock sopravvivono anche nel remake del 1991, a cominciare dalla colonna sonora di Bernard Hermann e dai titoli di testa di Saul Bass, entrambi collaboratori storici del maestro inglese.

Ciò che rende la versione di Scorsese più affascinante e in definitiva superiore all'originale è la complessità dei conflitti in scena e dei rapporti tra i vari personaggi. Se il primo Promontorio della paura propone un violento paranoico che dà la caccia alla famiglia perfetta di un avvocato senza macchia, nel remake (come spesso accade nei film di Scorsese) il bene e il male si mescolano in maniera molto più interessante.  Il nuovo Sam Bowden non è più una vittima innocente. Quattordici anni prima ha rappresentato Cady in giudizio ma, turbato dalla violenza dell'aggressione sessuale perpetrata dal suo assistito, ha insabbiato un rapporto sui facili costumi della vittima venendo meno al suo dovere di difendere al meglio il cliente. E la famiglia Bowden adesso è tutt'altro che perfetta e (soprattutto) tutt'altro che unita. Quando Cady irrompe nella loro vita ci sono già pesanti segnali di disgregazione: Sam e Leigh sono reduci da una terapia di coppia per via di un’infedeltà di lui (che adesso cerca di rigar dritto ma non riesce a negarsi un flirt platonico con una collega d'ufficio) e la figlia Danielle non ha nulla a che vedere con il piccolo angelo del film degli anni '60; ha avuto problemi per una storia di spinelli  e nell'ambito del suo scontro permanente con i genitori arriva presto a flirtare con il loro aguzzino.

Max Cady s’insinua in tutte queste fratture. Nella scena centrale del film, attira Danielle nel teatro della scuola spacciandosi per il nuovo insegnante di recitazione. Sorprendentemente, la ragazza rimane con lui anche dopo aver scoperto la sua vera identità, convinta di trovare un'intesa che con i genitori le pare impossibile -  "I tuoi non vogliono che tu diventi adulta, Danielle. E' naturale. Conoscono i trabocchetti dell'età adulta, tutta quella libertà. Loro trasgrediscono e poi scaricano i loro sensi di colpa su di te."  Ed è questo approccio che rende la storia avvincente, come spettatori vogliamo sciogliere lo stesso dubbio che attanaglia la signora Bowden: "Vorrei tanto sapere quanto siamo forti… o quanto siamo deboli… e suppongo che l'unico modo di scoprirlo sia andare fino in fondo con questa storia".

Cape Fear appartiene a un periodo magico della filmografia scorsesiana, basti pensare che la sua uscita segue quella di Quei bravi ragazzi (1990) e precede quella di L'età dell'innocenza (1993) e ciò che lo accomuna a quei due lavori è la perfezione tecnica.  Fotografia e montaggio sono una meraviglia e la colonna sonora, con quella successione di tromboni e archi, vi resterà in testa per giorni. Gli attori sono tutti impeccabili. Robert De Niro aveva il compito più gravoso, dovendosi confrontare con lo spettacolare Cady di Robert Mitchum, e l'ex Taxi Driver (qui alla sesta collaborazione con l'amico Martin) fornisce una prova talmente efficace da meritarsi l'ennesima nomination all'Oscar (curiosamente quell'anno la statuetta finì a un altro psicopatico, l'Hannibal Lecter di Anthony Hopkins). Nick Nolte è efficace e misurato nella parte dell'eroe senza spina dorsale e la Lange accende lo schermo ogni volta che la macchina da presa si posa su di lei. In ruoli minori ritroviamo Gregory Peck e Robert Mitchum, oltre a una splendida Ileana Douglas nella parte dell'assistente legale infatuata di Sam. Ma chi davvero ruba il film è la giovanissima Lewis con una prova che è uno straordinario mix di candore e sfrontatezza, insicurezza adolescenziale e forza morale, a dimostrazione di un talento raro che in seguito metterà a disposizione di Woody Allen e Oliver Stone, prima di (s)fuggire verso il rock&roll e Scientology…

Alla pellicola si possono forse imputare qualche cedimento ai clichés del genere e qualche eccesso pulp non strettamente necessario, ma il copione di Wesley Strick (l'originale era di James Webb, ispirato a un romanzo di John Mc Donald) ci regala un numero impressionante di scene memorabili, scene che in seguito forniranno lo spunto, sotto forma di parodia, a un celebre episodio dei Simpsons. Anche lì, come nel film, la prima molestia del Max Cady di turno (alias Telespalla Bob) consiste nel sedersi davanti alla famiglia Simpson in una sala cinematografica, intossicandoli col fumo del proprio sigaro e ridendo sguaiatamente per tutta la proiezione.

Nel cartone animato, tuttavia, la cialtroneria e la rumorosità dello spettatore Homer Simpson sono tali che alla fine sarà il molestatore ad abbandonare esausto la propria poltroncina. Perché sarà pure difficile proteggersi da uno psicotico in cerca di vendetta ma è altrettanto vero che niente ci impedisce di essere maleducati quanto lui… Claudio Dedola **

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CARY (GRANT) INCONTRA SOPHIA (LOREN)

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DOVE SUCCEDE? IN “HOUSEBOAT” - UN MARITO PER CINZIA. ROMANTIC COMEDY A FIRMA DI MELVILLE SHAVELSON, HOLLYWOOD 1958

"Presto, presto, do your very besto!" canticchia Cinzia (Sophia Loren) al momento della sua entrata in scena in “Houseboat” e dobbiamo interpretarlo come un duro atto di ribellione filiale. Il padre è un noto direttore d'orchestra italiano in tournée negli Stati uniti e lei, figlia ventitreenne al seguito, è ormai sfinita dai pranzi ufficiali e dagli altri riti dell'alta società. "Sono stanca della bella gente" - sbuffa all'ennesimo invito - "voglio incontrare persone qualsiasi". E di lì a poco scappa dalla finestra in cerca della vera America e dell'average joe, l'americano medio....(CLICCATE + MORE per continuare a leggere)

Dopo una breve passeggiata per Washington e l'incontro con un bambino smarrito, finalmente Cinzia s’imbatte nel più anonimo degli indigeni, Cary Grant, che sta faticosamente cercando di ricostruire il rapporto con i suoi tre figli dopo l'improvvisa morte dell’ex-moglie.  Oddio, il primo incontro tra i due non è esattamente un idillio, perché è vero che lei gli riporta a casa il figlioletto che si era perso, ma per qualche imprecisato motivo, dopo un breve ballo e un quarto di pizza col bambino, il viso di Sophia somiglia a quello di uno spazzacamino del diciannovesimo secolo e Cary la prende per una poco di buono.  Però ai figli piace, Sophia, e il pover'uomo è costretto ad assumerla come domestica nonostante una palese inadeguatezza professionale. E siccome l'appartamento è troppo piccolo e Washington è troppo grande, Cary decide di riportare i bambini a vivere in campagna, dove vivevano con la madre, solo che la loro nuova casa viene travolta da un treno prima ancora che ne prendano possesso ("Qual era la mia camera?", chiede il giovane Robert di fronte alle macerie) e così finiscono a vivere con la scintillante domestica italiana nella HOUSEBOAT del titolo, una casetta galleggiante ancorata sulle rive di un fiume della Virginia.

All'uscita del film non tutti apprezzarono questo mix di lutto familiare e polvere di stelle: "Con Miss Loren che entra ed esce dall'imbarcazione sfoggiando vari gradi di scollatura – scrisse il New York Times - è offensivo che gli autori facciano finta di interessarsi ai problemi emotivi dei ragazzi". Ma così vanno le cose a Hollywood e Cary e Sofia non possono che interpretare Cary e Sofia. In una delle scene migliori del film, ad esempio, la prima inquadratura si sposta dalla finestra sul placido fiume alla parete della camera di Cinzia, dove è appeso in bella vista un foglio che riporta i suoi compiti giornalieri (7h15 svegliare i bambini, 7h25 passare lo straccio, 7h35 preparare colazione), per poi abbassarsi verso un orologio a muro che segna le 8h25 e infine sul viso di Sofia che ancora  dorme beata nel suo letto.  Quando Cary e il piccolo Robert entrano nella stanza reclamando le loro uova strapazzate, la ragazza non sembra udire i loro richiami. "Scuotila" dice allora il bambino e il padre annuisce convinto, ma subito dopo si rende conto che non c'è un solo centimetro di quella florida silhouette che possa essere "scosso" senza provocare uno tsunami.

Il 1958, anno di realizzazione della pellicola, non coincide con l'età dell'oro per le commedie romantiche hollywoodiane. I fasti della screwball comedy
(le commedie svitate con Claudette Colbert, Carole Lombard e Katharine Hepburn) risalgono ormai a vent'anni prima e il canone della New Woman eccentrica, ribelle e dominatrice ha ceduto il posto a figure più conservatrici e  comicamente meno efficaci. Al tempo stesso dovranno passare all'incirca altri venti prima che arrivi la nervous romance di Woody Allen a dare nuova linfa e nuovo significato a questo filone e anche le atmosfere adulte e  sperimentali delle commedie anni '60, con i personaggi disinibiti  à la Holly Golightly di Colazione da Tiffany, sono ancora di là da venire.  Cionondimeno Un marito per Cinzia, grazie principalmente al carisma delle sue star, ebbe un ottimo successo e ha mantenuto nel tempo il suo status di “guilty pleasure” per appassionati del genere.

Il punto di forza del film è sicuramente la performance di Grant in un ruolo tagliato su misura per esaltare quelle doti di eleganza, ironia e di perfetto equilibrio tra affidabile maturità e lucida follia che lo hanno reso il re incontrastato del genere per oltre tre decadi:  ogni sua espressione  in reazione alle stramberie linguistiche della nuova domestica o alle intemperanze dei tre fratellini è una piccola lezione di recitazione.  La Loren da par suo dona il giusto brio al proprio ruolo e se la cava piuttosto bene con i dialoghi in inglese (nella versione italiana la voce che sentiamo è quella della grande Lydia Simoneschi, qui forse poco adatta al personaggio). Quanto alla chimica fra le due star, le biografie di entrambi confermano  che il debole di Cary per Sofia (conosciuta l'anno prima sul set di Orgoglio e Passione e  più giovane  di lui di 30 anni)  andasse ben oltre il copione, tanto da essere stato lo stesso Grant  a imporla come propria  partner nella pellicola togliendo il ruolo a Betsy Drake, terza moglie di Cary e autrice della prima stesura del  soggetto di Houseboat.  Ma proprio durante le riprese la Loren  sposò Carlo Ponti e la cosa gettò nello sconforto l'attore anglo-americano,  rendendo – si mormora - particolarmente doloroso per lui girare la scena finale del matrimonio.

Che dire? …mai confondere la vita reale con le commedie romantiche hollywoodiane, perché solo nelle seconde il lieto fine è assicurato e possiamo pregustarlo sin dalle scene iniziali, quando vediamo il protagonista che tranquillizza un amico con un secco  "guarda che l'ho assunta per i miei figli", ottenendo in cambio la più inevitabile delle repliche: "Adottami". -  Claudio Dedola **

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** Claudio D. – autore delle recensioni per LOFT studioviaggi - lavora come script-doctor e sceneggiatore per artisti indipendenti. Vincitore del Riff Award 2011 con la sua sceneggiatura originale “Accendi la radio”, ha ideato e cura i corsi di sceneggiatura online per cineuropa.org, portale dedicato al cinema europeo.  Per informazioni e iscrizioni ai corsi cliccate qui.




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